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Il processo di allargamento della CEE e dell’UE

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L’allargamento rappresenta uno dei processi più significativi della storia dell’integrazione europea. Sin dalla nascita della Comunità economica europea (CEE) nel 1957, l’ampliamento del numero degli Stati membri ha costituito non soltanto uno strumento di espansione del mercato comune, ma anche un mezzo per consolidare la stabilità politica, la democrazia e la pace nel continente. Ogni fase dell’allargamento è stata strettamente connessa alle trasformazioni dell’ordine europeo e internazionale, riflettendo l’evoluzione degli obiettivi politici della Comunità prima e dell’Unione europea poi.

La CEE nacque con sei Stati fondatori – Belgio, Francia, Germania occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi – accomunati dall’obiettivo di rendere irreversibile la riconciliazione europea dopo la Seconda guerra mondiale. Già negli anni Sessanta il successo economico della Comunità suscitò l’interesse di altri paesi dell’Europa occidentale. Il primo allargamento si realizzò nel 1973 con l’adesione di Regno Unito, Irlanda e Danimarca, mentre la Norvegia, pur avendo negoziato l’ingresso, respinse la ratifica mediante referendum popolare. Tale ampliamento segnò il passaggio della Comunità da un nucleo continentale a una più ampia organizzazione dell’Europa occidentale.

Negli anni Ottanta il processo di allargamento assunse una marcata dimensione politica. L’ingresso della Grecia nel 1981, seguito da quello di Spagna e Portogallo nel 1986, rispose all’esigenza di consolidare le giovani democrazie sorte dopo la caduta dei regimi autoritari. L’adesione divenne così uno strumento di stabilizzazione democratica, confermando il legame tra integrazione economica, Stato di diritto e istituzioni rappresentative.

La fine della Guerra fredda trasformò profondamente il significato dell’allargamento. Il crollo del sistema bipolare aprì la prospettiva dell’integrazione dei paesi dell’Europa centrale e orientale, che vedevano nell’adesione all’Unione europea il completamento del proprio ritorno all’Europa dopo decenni di dominio sovietico. Prima di tale fase, nel 1995, Austria, Finlandia e Svezia entrarono nell’Unione europea, ormai istituita con il Trattato di Maastricht del 1992, segnando l’inclusione di paesi tradizionalmente neutrali nel nuovo contesto geopolitico europeo.

L’allargamento del 2004 rappresentò la più vasta espansione nella storia dell’integrazione europea. Con l’ingresso di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Malta e Cipro, l’Unione europea superò definitivamente la divisione del continente prodotta dalla Guerra fredda. A questo seguirono l’adesione della Bulgaria e della Romania nel 2007 e quella della Croazia nel 2013, portando il numero degli Stati membri a ventotto. L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, divenuta effettiva il 31 gennaio 2020, ridusse successivamente il numero degli Stati membri a ventisette, inaugurando una fase inedita nella storia dell’integrazione.

Parallelamente all’espansione geografica, si è progressivamente evoluto anche il quadro giuridico dell’adesione. L’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea stabilisce che ogni Stato europeo che rispetti i valori sanciti dall’articolo 2 TUE e si impegni a promuoverli può presentare domanda di adesione. Un momento decisivo fu rappresentato dal Consiglio europeo di Copenhagen del 1993, che definì i cosiddetti “criteri di Copenhagen”: la stabilità delle istituzioni democratiche, il rispetto dello Stato di diritto, dei diritti umani e delle minoranze, l’esistenza di un’economia di mercato funzionante e la capacità di assumere gli obblighi derivanti dall’appartenenza all’Unione, incluso l’«acquis communautaire» (cioè tutto l’insieme delle norme prodotte dalla CEE/UE nel corso del tempo).

L’allargamento ha comportato profonde conseguenze istituzionali. L’aumento del numero degli Stati membri ha reso necessarie numerose riforme dei Trattati, da Amsterdam (1995) a Nizza (2000) fino a Lisbona (2007), finalizzate ad adattare il funzionamento delle istituzioni europee a un’Unione sempre più ampia e diversificata. Il progressivo ricorso al voto a maggioranza qualificata, la ridefinizione della composizione della Commissione europea, del Parlamento europeo e del Consiglio riflettono il tentativo di conciliare efficacia decisionale e rappresentanza degli Stati.

Negli ultimi anni il processo di allargamento ha assunto una nuova dimensione strategica. La prospettiva di adesione dei paesi dei Balcani occidentali rimane uno degli strumenti principali per favorire la stabilità e la riconciliazione nella regione. Parallelamente, la concessione dello status di paese candidato all’Ucraina e alla Moldova nel 2022, seguita nel 2023 dall’apertura della stessa prospettiva alla Georgia subordinatamente al soddisfacimento di specifiche condizioni, ha conferito all’allargamento una rinnovata valenza geopolitica, accentuata dall’aggressione russa contro l’Ucraina. In questo contesto, l’adesione è tornata a essere concepita non soltanto come un processo di integrazione economica e giuridica, ma anche come uno strumento di sicurezza, di resilienza democratica e di rafforzamento dell’autonomia politica dell’Europa.

Considerato nel suo sviluppo storico, il processo di allargamento ha trasformato una comunità economica di sei Stati in un’unione politica di dimensione continentale. Esso ha accompagnato la democratizzazione dell’Europa meridionale, la riunificazione del continente dopo la Guerra fredda e il rafforzamento del ruolo internazionale dell’Unione europea. Pur ponendo sfide significative sul piano della governance e della coesione politica, l’allargamento continua a rappresentare uno degli strumenti fondamentali attraverso i quali l’Unione persegue i propri obiettivi di pace, stabilità, prosperità e tutela dei valori democratici.

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